Archivio per la Categoria economia

NESSUNA RIPRESA IN VISTA

Postati in azioni, bear market, bull market, depressione, DJIA, economia, recessione, ripresa, SP 500, valori azionari su marzo 10, 2009 da davidesher

Da Roubini Global Econmonitor (www.rgemonitor.com)

I recenti e marcati cali nel valore delle azioni negli USA e nel Mondo, non implicano un conseguente rialzo immediato e, anzi, sussistono rischi di ulteriori cali nel mercato azionario. Le brevi corse al rialzo (i “bear market rallies”) sono destinate a rimanere episodiche e isolate, schiacciate sotto il peso di notizie sempre peggiori sull’andamento macro-economico delle aziende e dei mercati finanziari.

Seguendo un approccio macroscopico, i guadagni per azione delle aziende nel listino S&P 500 potrebbero essere realisticamente tra i 50 e i 60 dollari (alcuni sostengono che potrebbero scendere fino a 40 dollari). La domanda è quale sarà il moltiplicatore, cioè il rapporto prezzo/guadagni (P/E – Price/Earnings) su tali guadagni. È lecito affermare che questo moltiplicatore scenderà fino a un valore di 10-12 in una recessione di media lunghezza (a forma di U). Quindi, anche nel migliore scenario possibile (guadagni a 60 e P/E a 12), l’indice S&P arriverebbe a 720. Se i guadagni saranno più vicini ai 50 dollari e il rapporto P/E inferiore a 10, l’S&P portrebbe scendere sotto i 600 o addirittura sotto i 500 punti. Secondo lo stesso concetto il Dow Jones potrebbe al massimo fermarsi a 7.000 o addirittura scendere fino a 6.000 o 5.000. Usando lo stesso ragionamento i valori azionari globali (seguendo quelli statunitensi) rischiano di calare di un altro 20%.

Queste previsioni sono state stilate quando l’S&P era ancora vicino ai 900 punti e il DJIA (Dow Jones Industrial Average) era vicino ai 9.000: l’analisi generica che ne è conseguita è la ragione per cui abbiamo sostenuto che l’ultimo “bear market sucker’s rally” (letteralmente la “corsa degli sfigati”, cioè la breve crescita dei valori azionari legati agli acquisti di investitori troppo ottimisti e destinati a rimanere “fregati”), tra novembre 2008 e gennaio 2009, si sarebbe esaurito e sarebbero stati raggiunti nuovi picchi negativi. Infatti. Come i rally precedenti, anche questo è crollato di oltre il 20%, con il DJIA e l’S&P che sono scesi al di sotto dei 7.000 e dei 700 punti rispettivamente. Ora che entrambi sono ben al di sotto del livello “7”, il prossimo test verrà quando caleranno al di sotto di valori pari a 6.000 e 600 per i due indici.

Un nuovo bear market rally potrebbe ripetersi nel secondo e terzo trimestre di quest’anno e finirà come i precedenti sei. Negli ultimi 12-18 mesi, ogni volta che si è verificato un evento drammatico (che ha trascinato gli indici a nuovi record negativi) e il governo ha reagito con una politica più aggressiva, gli ottimisti sono usciti allo scoperto dichiarando che l’ennesimo evento drammatico e catartico in questione ha rappresentato il raggiungimento del punto più basso da cui deve iniziare la ripresa reale: l’hanno detto dopo Bear Sterns, dopo il collasso e il salvataggio di Fannie Mae e Freddy Mac, dopo Lehman Brothers, dopo AIG, dopo l’annuncio del TARP (Trouble Assets Relief Program), dopo il comunicato del G7, dopo lo stimolo fiscale da 800 miliardi di dollari (che ha segnato l’avvio del più recente sucker’s rally).

E dopo poco tempo i mercati sono stati nuovamente scioccati nello scoprire che le notizie macroeconomiche erano molto peggio delle previsioni sia negli USA che all’estero. Che i guadagni erano molto più bassi delle attese non solo per operatori finanziari, agenti immobiliari, costruttori edili e aziende dirette ai consumatori ma anche per aziende non legate al settore finanziario, e che i mercati, le performance dei gruppi d’investimento e le notizie generali sono peggiori di quanto ci si aspettasse.

Come abbiamo ripetuto più volte sono molte le notizie negative legate a queste aziende/mercati finanziari: notizie che sempre più istituti finanziari sono di fatto insolventi e dovranno essere acquisiti dai governi; notizie che istituti molto in leva, come gli hedge fund, dovranno svincolarsi ulteriormente e quindi vendere proprietà non-liquide in mercati non-liquidi, notizie che anche gli investitori meno in leva (retail, mutual fund, ecc), che hanno perso oltre il 50% del valore azionario, vogliono ridurre la propria esposizione azionaria; e notizie che tutta una serie di economie emergenti è oggi sull’orlo di una crisi finanziaria contagiosa.

Come mai anche le piccole economie dei mercati emergenti influenzano il prezzo dei valori di rischio a livello globale? Prendiamo ad esempio l’Islanda, una piccola isola con 300.000 abitanti nel mezzo dell’Atlantico: le banche locali hanno preso in prestito dall’estero denaro per un valore pari a 12 volte il PIL del Paese e l’hanno investito in titoli tossici. Ora le banche sono fallite e lo stato è fallito, in quanto le banche erano troppo grandi per essere salavate: allo stesso modo le banche che rivendono asset non liquidi in mercati globali non liquidi hanno un effetto a catena sui mercati.

Chiaramente non possiamo escludere un bear market sucker’s rally nel Q2 o Q3 2009. A trainarlo saranno le notizie sui miglioramenti nella crescita economica in USA e Cina grazie agli stimoli approvati dai rispettivi governi. Ma subito dopo (nel Q4) gli effetti degli sgravi fiscali e degli annunci di investimenti sulle infrastrutture si esauriranno, visto che la maggior parte dei lavori sulle infrastrutture hanno bisogno di almeno un anno solo per essere iniziati (per essere portati a termine richiedono molto più tempo). Allo stesso modo, in Cina, lo stimolo fiscale offrirà un falso incremento alle attività produttive non quotate mentre il settore quotato e l’industria manufatturiera continuerà a contrarsi. Vista la severità degli squilibri macroeconomici, immobiliari, finanziari e corporativi negli Usa e nel mondo questo sucker’s rally si esaurirà come i 5 che l’hanno preceduto.

Quali sono i rischi maggiori, secondo queste previsioni pessimistiche, per i valori azionari statunitensi e globali? Lo scenario più pericoloso è, come abbiamo già detto, quello di una quasi-depressione a lungo termine, molto più grave delle recessione a medio termine in cui ci troviamo attualmente. Se si verificasse una quasi-depressione non si potrebbe escludere un ulteriore calo del 40-50% dei valori azionari americani e globali. Ma in questa quasi-depressione i mercati azionari sarebbero l’ultima delle preoccupazioni: ci sarebbero problemi più gravi da affrontare come tassi di disoccupazione a più del 15% e un periodo multiannuale di stagnazione/deflazione.

Lo scenario migliore è quello di una ripresa sostenuta che avvenga più rapidamente delle nostre previsioni, grazie agli stimoli in USA e in altri Paesi. Una ripresa duratura (contrappopposta a una ripresa temporanea) è improbabile ma l’argomentazione ottimistica (bullish) finalizzata a contrastare un mercato pessimistico (bearish) è basata su una capacità di ripresa delle economie americane e globali superiore alle aspettative.

Il problema è che, con l’economia americana e globale in grave difficoltà e con le forze deflazionarie al lavoro, è difficile credere che possa verificarsi una massiccia ripresa nel 2010 che faccia impennare i gudagni: anche nel caso ottimistico che ci troviamo in una recessione a medio termine, la crescita USA nel 2010 sarà inferiore all’1% e quella dell’Eurozona sarà intorno allo 0%. Quindi, con una crescita così lenta la pressione deflazionaria sarebbe ancora presente, mettendo ulteriore pressione sui profitti e sulla capacità delle aziende di stabilire i prezzi e quindi i margini. In questo scenario una crescita rapida e sostenuta dei valori azionari è altamente improbabile.

È vero che generalmente il prezzo delle azioni guarda avanti e tende a raggiungere il livello minimo circa 6-9 mesi prima della fine della recessione, intravedendo la luce alla fine del tunnel. Quindi gli ottimisti che vedono una ripresa nella seconda metà del 2009 sostengono che la ripresa dovrebbe iniziare adesso. Ma questa recessione potrebbe non concludersi nel 24° mese (dicembre 2009). È più probabile che i tassi di disoccupazione aumentino nel 2010 fino a più del 10% e che la crescita sia così lenta (0-1%) che rimarremmo in una recessione tecnica per gran parte del 2010. Quindi gli indici azionari toccherebbero il loro valore minimo verso la fine del 2009 o addirittura nel 2010.

Inoltre non sempre i valori azionari guardano avanti di 6-9 mesi. Nell’ultima recessione il settore economico ha raggiunto il punto minimo nel novembre del 2001 e la crescita del GDP era già robusta nel 2002. Ma il mercato azionario ha continuato a calare fino al primo trimestre del 2003. Quindi non solo i trend dei mercati azionari non sono stati in grado di precedere la ripresa ma addirittura sono arrivati 18 mesi più tardi. Uno scenario simile potrebbe verificarsi anche questa volta: l’economia reale esce dalla recessione nel 2010 ma la crescita è così debole che le forze deflazionarie mantengono un ulteriore blocco sulla capacità delle corporation di fissare i prezzi e quindi determinare i margini di profitto, con varie false partenze dell’ottimistico bullish market.

Molto probabilmente dovremo allacciarci le cinture e prepararci per nuovi minimi dei titoli americani e globali nei prossimi 12-18 mesi. Un ripresa forte potrà avvenire quando riusciremo a intravedere segnali chiari che questa recessione globale a medio termine non si stia trasformando in una quasi-depresisone a lungo termine. Fino ad allora possiamo aspettarci titoli azionari volatili e performance frammentate, con nuovi picchi minimi raggiunti nei prossimi mesi e per tutto il corso del 2009.

SARANNO LE NANOTECNOLOGIE A TRAINARE LA RIPRESA?

Postati in economia, nanomedicine, nanotecnologia, ripresa su marzo 6, 2009 da davidesher

Il giro d’affari dei prodotti che utilizzano materiali basati sulle nanotecnologie ha quasi raggiunto i 150 miliardi di dollari e potrebbe arrivare a 3 triliardi entro il 2015: è la via per uscire dalla crisi o un nuovo potenziale rischio per le persone e per il pianeta?

Nel 2001, dopo lo scoppio della bolla speculativa di Internet, i più ottimisti avevano già ipotizzato una ripresa trainata da una nuova tecnologia innovativa e rivoluzionaria come l’IT: la nanotecnologia, cioè la capacità di osservare, misurare e manipolare la materia su scale atomiche, molecolari e macromolecolari.

L’idea di manipolare e produrre materiali di dimensioni tra 1 e 100 nanometri (un nanometro è un miliardesimo di metro, equivalente a circa dieci atomi di idrogeno) sembrava fantascienza al pari dei viaggi interstellari ma, facevano notare gli scienziati, era già qualcosa di attuabile, tanto che negli USA il Congresso ha creato proprio nel 2001 la NNI (National Nanotechnology Initiative) per ottimizzare e supportare un investimento di oltre 10 miliardi di dollari da destinare alla richerca e allo sviluppo delle nanotecnologie.

Probabilmente era troppo presto. Investitori e hedge fund hanno preferito puntare sui mutui subprime e sulla bolla edilizia per le loro specualazioni azionarie. Crescendo senza la spinta dai capitali azionari, il giro d’affari dei prodotti che già integrano materiali nanotecnologici ha comunque raggiunto i 146 miliardi di dollari a livello globale e le stime della società Lux Research prevedono una crescita esponenziale, fino a raggiungere i 3,1 triliardi (3.100 miliardi di dollari) per il 2015 (solo qualche mese fa la previsione era di raaggiunge un triliardo)

Oggi con le nanotecnologie si producono indumenti, cosmetici, materiali protettivi per vernici, rivestimenti per varie superifici, e persino chip di memoria e hard disk in grado di registrare enormi quantità di dati ad altissime densità. Nei prossimi anni sono attesi prodotti medici come farmaci e protesi ma le potenziali applicazioni sono virtualmente infinite e addirittura potrebbero rivelarsi in grado di assicurare una migliorata ecocompatibilità dei materiali che utilizziamo. Potrebbe quindi essere questo uno dei campi che trainerà quell’innovazione necessaria a creare il miracolo economico invocato da Obama e altri capi di stato per rilanciare le economie globali.

Al contrario di altre tecnologie più sperimentali, infatti, anche in Italia la ricerca e le attività industriali legate alla nanotecnologia sono in fermento. Questo può essere un segnale importante anche perché, si sa, il nostro Paese è generalmente restio a rischiare investendo su tecnologie che non offrano importanti possibilità di guadagno nel breve e medio periodo.

Nel 2003 è stato creato il Centro Italiano per le Nanotecnologie (Nanotec IT) con la missione di promuovere lo sviluppo e l’applicazione delle nanotecnologie in Italia, al fine di accrescere il posizionamento competitivo del Paese. Ben 20 aziende sono già iscritte a Nanotec IT (tra cui colossi quali Finmeccanica, Pirelli Labs, STMicroelectonrics, ENI), insieme a 18 istituti di ricerca del CNR e altri nove istituti universitari nazionali.

Il futuro di queste tecnologie appare florido, e, più di tanti altri settori, potrebbe rivelarsi strategico anche se deve fare i conti con una forte resistenza ideologica all’idea di manipolare materiali a livello molecolare senza conoscere davvvero tutte le implicazioni di tali processi. Si tratta di paure irrazionali legate all’ignoto o a veri pericoli per la salute nostra e del pianeta stesso?

Per cercare di indirizzare queste lecite preoccupazioni e conoscere a più a fondo il potenziale della nanotecnologia anche e soprattutto a livello economico, il prossimo 23 marzo l’associazione americana Project on Emerging Nanotecnologies terrà una conferenza (a cui sarà possibile partecipare anche via Internet  all’indirizzo www.wilsoncenter.org) a cui parteciperanno numerosi studiosi ed esperti di questo settore.

LA GUERRA DEI CAPITALISTI AL CAPITALISMO

Postati in capitalism, capitalismo, dollaro, economia, evil, fraud, loretta napoleoni, nouriel roubini, pyramid scheme, schema piramidale, truffa su febbraio 26, 2009 da davidesher

La cosa più sorprendente – e preoccupante – dell’attuale crisi economica (a parte il fatto che pochi ricchi si sono giocati tutta la ricchezza di tutta la gente del mondo per decenni a venire) è che a criticare l’ingordigia e l’avidità dei capitalisti non sono i comunisti, i socialisti, gli idealisti o i mistici ma i capitalisti stessi.
I capitalisti “teorici” (gli economisti), oggi sono i critici più severi della gestione politica ed economica dei sistemi finanziari e proprio per questo anche i capitalisti pratici, quella mandria di idioti (soprattutto americani) che ha creduto che bruciare capitali per profitti facili basati sul debito (in quello che, di fatto, è stato un mastodontico schema piramidale, a spese della gente comune, come il dollaro americano ha sempre lasciato intendere) fosse una strategia vincente e infallibile, anche nel lungo periodo, è ora obbligata ad ascoltarli.
Nouriel Roubini e Loretta Napoleoni sono ovunque ultimamente: su Newsweek, ABC, CNBC, CNN, eccetera. Criticano senza mezzi termini la politica economica americana (e, per estensione, occidentale) e individuano soluzioni che per loro stessa ammissione (Roubini meno di Napoleoni) sono utopistiche. La soluzione proposta da Roubini è tanto drastica (per gli americani) quanto irrealizzabile: nazionalizzare le banche. Serenamente lui spiega a un’audience sempre più disperata che l’unico modo per salvarsi è sperare che le banche si lascino comperare dallo stato, che lo stato umilmente e onestamente le ripulisca (comunque a spese dei contribuenti) e che poi altrettanto onestamente le rivenda a nuovi proprietari. La cosa più buffa è che lui gli da una via per uscire dalla crisi ben sapendo che ciò non potrà mai accadere e sottintendendo, quindi, che non c’è una via d’uscita.
Loretta Napoleoni va oltre, spiegando che l’unico modo per ristabilire un’economia sana è fare in modo che tutto il mondo adotti regolamentazioni economico-finanziarie oneste, serie e moralmente legittime. Non può esistere un’economia sana in un mercato globale che ammette la tratta degli schiavi, la schiavitù minorile e sessuale, il narcotraffico, i genocidi e le sanguinose guerre per le risorse. Come può un mercato globale che tollera queste ingiustizie pensare di regolamentare in maniera giusta e onesta il settore finanziario? Naturalmente se la regolamentazione avvenisse solo in America questa sarebbe penalizzata nella competizione globale con gli altri mercati. Tutto questo è giusto e sacrosanto. Ma come può Loretta Napoleoni pensare che i governi globali possano tutt’a un tratto agire d’amore e d’accordo e porre un freno a tutte le ingiustizie del mondo? Non può e sicuramente non lo pensa. Si limita a spiegare la soluzione ipotetica implicando, anche lei, che non esiste una vera soluzione.
Non esiste una soluzione perchè, se lo pseudocomunismo russo è stato condannato dalla corruzione a poco più di 70 anni dalla sua nascita, il capitalismo americano sarà condannato dalla corruzione dilagante ad altrettanto tempo dalla sua rinascita (dopo la crisi del 1929). Così come il comunismo funzionerebbe in un mondo perfetto lo stesso vale per il capitalismo. Ma il mondo non è perfetto e il denaro, così come il potere, logora inesorabilmente. Chi capisce di economia sapeva che il capitalismo è condannato a crollare, per mille tesi matematiche ma anche per un concetto molto semplice: se il profitto rapido (l’instant gratification) è la ragione che muove tutto, non ci sono motivi per fare le cose per bene, i maniera onesta e moralmente giusta in ottica futura. Non ci sono motivi per porre le basi per il futuro perché il futuro non da gratificazione instantanea. Quindi si divorano le fondamenta della società, la ricchezza creata con decenni di lavoro delle masse, per spartire e bruciare tutto in pochi anni. 
Come l’economia, così il pianeta.

ROUBINI: IL MODELLO ANGLO-SASSONE HA FALLITO (E ANCHE IL MODELLO ITALIANO)

Postati in berlusconi tremonti, crisi, economia, italia, modello anglosassone, ROUBINI su febbraio 11, 2009 da davidesher

Ho scoperto che Nouriel Roubini, genio economista (già più volte citato in questo blog) che ha fatto parte dello staff di Clinton e oggi è uno dei consiglieri economici di Obama, è cresciuto ed è andato a scuola a pochi isolati da casa mia e che è stato anche compagno di scuola e amico di mio zio. Ecco un traduzione/sintesi di un suo recente intervento:

Rispondendo alle domande dei lettori di FT.com (Financial Times), Roubini, che è stato tra i pochi economisti a prevedere l’attuale crisi finanziaria, ha spiegato che il sistema di supervisione “si basava sull’autoregolamentazione e quindi, di fatto, sulla non-regolamentazione; su una disciplina del mercato che non può esistere insieme a euforia ed esuberanza irrazionale, su modelli di amministrazione del rischio che hanno fallito perchè – come ha detto un ex capo esecutivo di Citi – quando la musica suona bisogna alzarsi e ballare”.

“Tutte le colonne portanti di Basilea II hanno fallito ancora prima di essere implementate”, ha aggiunto, facendo riferimento alla regolamentazione internazionale che obbliga le banche a mettere da parte più capitale per mantenere l’attuale livello di prestiti.

Roubini ha anche predetto la possibilità del fallimento di un’altra grande banca: “In molti paesi le banche sono troppo grandi per fallire ma anche troppo grandi per essere salvate, se le risorse fiscali/finanziarie del governo sovrano non dovessero essere sufficienti a ripianare insolvenze di tali dimensioni nel sistema finanziario”.

Tradizionalmente solo i mercati emergenti hanno sofferto – e continuano a soffrire – di queste problematiche. Oggi però questo rischio sta crescendo anche nelle economie europee in cui le banche potrebbero essere troppo grandi per essere salvate dal governo sovrano: Islanda, Grecia, Spagna, Italia, Belgio, Svizzera e, alcuni dicono, persino il Regno Unito”.

“Esiste oggi un rischio – per ora relativamente basso – che alcuni Paesi vengano forzati fuori dalla zona Euro. L’intera idea di un’unione monetaria era basata sul fatto che non avendo più più avuto una politica monetaria e fiscale indipendente, i Paesi membri sarebbero stati spinti a implementare riforme strutturali in maniera più aggressiva per assicurare la crescita produttiva ed integrare le performance economiche.

La Germania ha attuato un massiccio piano di ristrutturazione che ha portato a una crescita della produttività, senza comportare una crescita troppo sostenuta dei salari, rendendola nuovamente competitiva

In Spagna, Portogallo, Italia e Grecia, invece, queste riforme strutturali sono state ritardate e la crescita nominale dei salari ha limato la crescita di produttività, causando un incremento del costo del lavoro che ha ridotto la competitività e che si aggiunge ai potenziali problemi legati alle insolvenze dei grandi istituti bancari.

Quindi l’unione monetaria e sotto pressione dall’aumento del divario tra i territori sovrani. Due anni fa, quando era all’opposizione, l’attuale primo ministro Italiano Silvio Berlusconi e il signor Tremonti, il suo ministro esonomico, hanno argomentato che l’euro è stato un disastro per l’Italia. Con amici come questi chi ha bisogno di nemici nell’Unione Europea?

Anche se il rischio di rottura nella zona euro è ancora lontano, questa crisi finanziaria ed economica è il primo vero test dell’unione monetaria.

Criticando l’approccio di USA e UK ai salvataggi delle banche, e paragonandoli ai tentativi del Giappone di risolvere la crisi bancaria degli anni ’90, Roubini ha aggiunto: “L’attuale approccio di USA e UK potrebbe risultare simile alla ‘banche zombie’ del Giappone, che non sono mai state adeguatamente ristrutturate e hanno finito per perpetuare la riduzione e il congelamento del credito”.

Gli economisti e i politici sperano di rilevare segnali di ripresa nelle principali economie mondiali nella seconda metà del 2009, quando gli stimoli dei governi e le azioni intraprese sui tassi di interesse dalle banche centrali cominciano ad avere effetto.

I dati recenti però dicono che potrebbe volerci più tempo, mentre l’ultimo rapporto del World Economic Forum avverte dei rischi di una nuova crisi finanziaria causata proprio dalle spese governative che dovrebbero salvare le economie dalle tubolenze del sistema finanziario globale.

OBAMA: "L’ECONOMIA NON E’ UN GIOCO"

Postati in bush. obama, economia, katrina, minnesota i35w su febbraio 9, 2009 da davidesher

Durante l’incontro annuale dei Democratici della Camera USA, che si è tenuto  a Williamsburg, in Virginia, giovedì scorso, il neo-eletto presidente Obama non ha usato giri di parole, definendo “argomentazioni fasulle” tutte le critiche che sono state indirizzate alla  sua proposta di stimoli per rilanciare l’economia americana.

“Non possiamo affidarci alle stesse politiche che negli ultimi otto anni hanno fatto raddoppiare il debito pubblico e sbandare la nostra economia”, ha dichiarato Obama. “Non possiamo abbracciare la formula perdente secondo cui l’unico modo di risolvere ogni problema è tagliare le tasse, ignorando problemi urgenti come la nostra assuefazione al petrolio straniero, la crescita esponenziale dei costi della sanità, o il decadimento di scuole, ponti, strade e argini fluviali”, ha aggiunto, con ovvi riferimenti a quelli che sono stati alcuni dei più eclatanti falimenti dell’amministrazione Bush: il dramma dell’uragano Katrina a New Orleans nel 2005 e il crollo del Mississippi River Bridge sull’autostrada I35W in Minnesota nel 2007.

“Non importa se state guidando un SUV o un’auto ibrida: se state andando verso un precipizio dovete cambiare direzione”.

Obama ha poi precisato di aver apprezzato le critiche costruttive espresse nei confronti del pacchetto di stimoli, che prevede una spesa di circa 800 miliardi di dollari (dopo che Bush ha appena stanziato circa 1.000 miliardi di dollari per salvare banche e istituti di credito colpiti dalla crisi della finanza) da destinare in parti più o meno uguali a ridurre le tasse e a investire nelle infrastrutture e nei servizi per i cittadini.

“Quando siamo entrati per la prima volta nell’Ufficio Ovale abbiamo trovato un debito pubblico raddoppiato. Il popolo americano non ci ha eletto per per ripetere gli stessi ritardi, le stesse distrazioni e le stesse chiacchiere inutili. Gli americani non hanno votato per ripristinare le false teorie del passato, non hanno votato per discussioni futili e non hanno votato per mantenere lo status quo”, ha rincarato Obama più volte interrotto dagli applausi.

Secondo il piano d’azione della nuova amministrazione il pacchetto di stimoli all’economia è solo il primo passo. Poi bisognerà risolvere i problemi sulle insolvenze dei mutui, stilare il nuovo budget, affrontare i problemi fiscali e implementare una nuova regolamentazione del mondo finanziario.

“Il pacchetto di stimoli non è un gioco – ha concluso – se non ci muoviamo rapidamente per renderlo effettivo, un’economia che è già in crisi andrà verso una catastrofe certa. Questa non è la mia opinione, non è l’opinione di Nancy Pelosi (Speaker dei Democratici della Camera) ma è l’opinione dei migliori economisti del Paese. E alcuni di loro in passato hanno cercato, senza successo, di consigliare quelle stesse persone che oggi criticano il mio piano di salvataggio”.

Tra gli economisti citati da Obama spicca il ruolo di Nouriel Roubini, professore di Economia alla New York University (laureato, per altro, alla Bocconi  di Milano) che faceva parte del governo ai tempi dell’amministrazione Clinton e che negli ultimi anni era stato bollato come “menagramo” per i suoi tentativi (inascoltati) di mettere in guardia il mondo finanziario e politico dagli effetti delle pratiche “poco ortodosse” che venivano implementate. Oggi Roubini è uno dei maggiori supporter del pacchetto di stimoli senza il quale, spiega “il Paese sponfonderebbe in un deficit ancora maggiore e in una recessione molto seria”.

LA LIBERTA’ DI RUBARE E LA LIBERTA’ DI FARE LA FAME

Postati in cina, comunismo, crisi, economia, libertà, materailismo, russia, unione sovietica, USA, valori su dicembre 12, 2008 da davidesher


La tanto invocata libertà che dovrebbe essere garantita dalla democrazia è un argomento che andrebbe approfondito, soprattutto adesso, con la crisi di sovrapproduzione all’orizzonte.

Andiamo un po’ indietro a quando esisteva un’alternativa percorribile (non dico giusta, dico solo percorribile) alla democrazia capitalista, cioè il blocco sovietico pseudocomunista (o comunque capitalista di stato). Quando è crollato io avevo circa 15 anni ma, visto che comunque sono cresciuto con un’educazione aperta e filocomunista (non filosovietica) mi sono comunque chiesto: ma questa libertà che i popoli dell’europa dell’est e delle repubbliche ex sovietiche invocano cos’è?

Secondo me, oltre alla possibilità di viaggiare ed emigrare all’estero (la prima un lusso per soli ricchi e la seconda una croce per i più poveri) la libertà che chiedevano e che hanno ottenuto è stata la libertà per i ricchi di essere ricchi e per i poveri di fare la fame.

Quelli che chiedevano questa libertà a gran voce erano probabilmente le elite con maggiori mezzi (economici e mediatici) che con lo pseudocomunismo sovietico venivano obbligati a vivere al di sotto di quello che sarebbe stato il loro potenziale in uno stato capitalista. I poveri erano poveri e credo si possa stare sicuri che sono rimasti poveri. Anche la tanto evocata, fondamentale e irrinunciabile libertà d’espressione è in realtà una libertà solo per chi dispone dei mezzi e della conoscenza necessaria per esprimersi. Se c’è libertà di espressione ma poi le persone non hanno la conoscenza per esprimersi, che libertà è? Anzi, semmai lo presudocomunismo garantiva alcune tutele (come la sanità e l’educazione pubblica) che, con la caduta del blocco, non sono più garantite. Non dico che quel sistema fosse giusto, però credo che per i poveracci la situazione sia inizialmente (e solo parzialmente) migliorata solo perchè un sistema capitalista costruito sulle basi solide (l’educazione fisica e mentale) imposte con la forza dal precedente regime pseudocomunista non può che proliferare in un primo momento. Liberi di vedere i propri sforzi retribuiti con compensi materiali (e senza che la legge del profitto fosse più regolamentata da regimi autoritari) i più abili hanno potuto dar vita a economie frizzanti, svendutesi all’occidente per quelli che potevano sembrare tanti (ma erano pochi) soldi. Dopo quasi un ventennio, però, il processo si sta inevitabilmente esaurendo. Adesso ci sarà da vedere quali, nel momento in cui le economie mondiali si fermano, saranno le condizioni di vita in quei paesi e se davvero la maggior parte della gente vorrà ancora considerarsi libera.

La liberà della democrazia è sempre di più la libertà per i ricchi di essere sempre più ricchi, per i poveri di essere sempre più poveri e per i criminali di rimanere impuniti. Questa è la libertà che, ad esempio, chiede sempre a gran voce berlusconi. Quando dice che il governo di sinistra è autoritario vuol dire che qualcuno gli sta impedendo di rubare. Quando dice che non c’è democrazia vuol dire che qualcuno vuole limitare i suoi giri loschi. Quando dice che i giudici lo perseguitano vuol dire che è stato beccato per qualche malefatta. Il partito di berlusconi si chiama Popolo della Libertà perchè è il partito di un popolo di criminali che sono in libertà (nel senso che non sono in galera dove dovrebbero essere). E’ ironico che berlusconi oggi rappresenti la destra, perchè tradizionalmente la destra è costituita da persone che vogliono ordine e regole severe, magari non per loro stessi ma per tutti gli altri. Invece berlusconi ha così tanti amici mafiosi che alla fine favorisce tutta la malavita organizzata. Oggi la sinistra non esiste più ma neanche la destra esiste. Quella che chiamiamo destra rappresenta il liberismo, cioè la possibilità per i ricchi capitalisti di fare quasiasi cosa. Che tra l’altro è la causa primaria della crisi finanziaria che stiamo attraversando.

Lo stesso vale per qualsiasi altro Paese capitalista al giorno d’oggi, dagli USA alla Russia. Forse nei paesi islamici e in Cina, dove per altro, secondo gli standard occidentali non c’è libertà, esistono altre leggi che hanno la priorità sul profitto ad ogni costo ma – sia chiaro – quei modelli (di stati religiosi e religioni statali) non sono sicuramente auspicabili. Germania e Francia sembrano, oggi come oggi i meno peggio, in quanto a corruzione statale ma sembrano anche molto poco influenti negli affari mondiali.

Credo che sia proprio per questo che stiamo assistendo a una crescita dell’odio xenofobo e del nazionalismo in Europa. In un mondo governato da criminali nessuno sa più a chi credere e si fida solo di chi gli è più simile. Non ci sono valori (sono stati uccisi dal materalismo più bieco) se non l’ideale populista che tutti gli altri sono cattivi. E mi sembra naturale che questo odio cresca soprattutto nei Paesi che prima erano presuodcomunisti e che oggi non sono più nulla.

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.